GIUSEPPE TUCCI, UNA VITA NOMADE A CACCIA DEL MITO: TRA BUDDHISMO,ORIENTALISMO E FASCISMO

Di BERNARDO VALLI

Ai piedi del Potala, nel tardo autunno di due anni fa(nb articolo del 2005), socchiudo gli occhi e lascio alla fantasia il compito di ricostruire Lhasa cosi come era nel 1948, quando Giuseppe Tucci vi mise piede per l’ ultima volta. Ho appena letto la sua descrizione, ed anche di altri, in particolare quella meno aristocratica e più passionale di Alexandra David – Néel della stessa epoca. La città, cresciuta senza un piano, prestabilito, è popolata da gente di tutte le razze e vestite in tutte le fogge. è una tavolozza di colori sui quali prevalgono il rosso e il giallo. Sulle piazze e le strade scorre un fiume umano in piena: pellegrini, mercanti, mendicanti, asceti si confondono con uomini e donne del posto; si muovono come un gregge senza pastore, in direzione di pagode cariche d’ oro e gremite di statue, tra i cumuli di rifiuti e le fosse che servono da latrine, esposte a tutte le curiosità e a tutte le intemperie. La luce nobilita anche gli angoli più luridi. La luce del Tibet non è paragonabile a nessuna altra. L’ azzurro intenso del cielo e il bianco antico delle montagne innevate si contendono il cristallo dello spazio. Il sole accende i colori senza attenuare il gelo, che quasi non si sente tanto è asciutto. Con la sua mole massiccia, il Potala protegge la città e domina l’ intera valle tagliata dal corso del Chiciu e serrata a nord e a sud da montagne nude, quando non sono coperte di neve. Là, oltre la città, si stende un paese silenzioso e strano; geloso dei suoi segreti; apollaiato sul tetto della Terra, l’ altare del mondo, a un’ altitudine che può uccidere chi vi sale partendo dal livello del mare; allungato su steppe sterminate, costellate di laghi la cui acque gelate sono di un blu più intenso di quello del cielo. Quando riapro gli occhi, per alcuni minuti tengo alto lo sguardo, lascio che si perda nello spazio in cui si riflettono colori eterni e inviolati. Cerco di non disperdere subito le immagini recuperate dagli scritti dei viaggiatori di un tempo. Concludo il gioco infantile ritornando al traffico, automobilistico e umano, simile a quello di tante altre città della Cina. La Cina che ha inghiottito il Tibet conosciuto da Giuseppe Tucci, riducendolo a un paese come tutti gli altri. O quasi. Tucci ha avuto la fortuna di esplorare, di conoscere, di studiare quel Tibet in gran parte scomparso. Vi aveva trovato una terra promessa, un rifugio per evadere dall’ Occidente industrializzato e in generale dalla sua modernità, che aborriva. Aveva partecipato alla Prima guerra mondiale e l’ esperienza l’ aveva spinto, come altri giovani ufficiali, verso il fascismo. E questo lo induceva a pensare che la battaglia, l’ azione, il rischio, fossero «un antidoto alla fredda razionalità e alla spersonalizzazione dell’ era contemporanea». Anche la conoscenza delle religioni orientali poteva servire a immunizzare l’ Occidente da quei mali che l’ avrebbero portato a un’ inevitabile decadenza. Per salvarsi la civiltà europea doveva attingere forze e idee dalla civiltà asiatica. Il Tibet, per la sua inviolata autenticità, era l’ antidoto per eccellenza. Era incontaminato. Immobile nella sua perenne, preziosa, incantata antichità. Qualcosa di simile a uno scrigno smarrito, dimenticato, lassù, sulle vette più alte. Irraggiungibile per gli affannati comuni abitanti delle metropoli occidentali a corto di fiato. Le difficoltà materiali per raggiungerlo ed esplorarlo, e il lavoro intellettuale per aprirlo e decifrarne il contenuto, impegnavano tutte le sue doti e sollecitavano le sue ambizioni, eccezionali e sconfinate. Il fisico, l’ intelligenza, la cultura (conosceva le principali lingue europee, il cinese, il sanscrito, il tibetano, l’ hindi e vari antichi idiomi asiatici), e una passione alimentata da una vanità incontenibile, gli consentivano di affrontare avventure perigliose e imprese scientifiche rimaste esemplari, per gli studiosi dell’ Asia (un tempo chiamati orientalisti). L’ immagine che si ha di lui assomiglia a quella di un superuomo, cosciente di essere tale. E quindi superbo. Non sempre simpatico. Altezzoso. A tratti arrogante. Cosi mi apparve quando lo incontrai e non mi lasciò neppure il tempo di porgli una domanda. Parlò per più di un’ ora. Ma non mi pentii di averlo ascoltato in silenzio. Era anche un seduttore. Alla fine sentii una profonda riconoscenza per il tempo che mi aveva concesso. A trent’ anni, grazie a Carlo Formichi, suo professore di sanscrito, Tucci ottiene la cattedra di lingua e letteratura italiana all’ Università indiana di Shantiniketan, fondata da Rabindranath Tagore. E in quel periodo traduce dal cinese e dal sanscrito vari testi classici. Ma l’ esperienza in quell’ università non dura a lungo. L’ interrompe un incidente al quale lui è personalmente estraneo. Tramite Carlo Formichi, il governo italiano invita Tagore a Roma, e durante la visita il poeta si indigna per il modo in cui la stampa affianca fascismo e nazionalismo indiano, e rompe ogni tipo di collaborazione con l’ Italia. I tentativi di sfruttare i richiami di Gandhi (e di Nehru) al Risorgimento italiano, e in particolare a Mazzini, si ripeteranno anche negli anni seguenti, da parte di Carlo Formichi, il cui obiettivo era appunto di alleare fascismo e nazionalismo indiano in funzione anti britannica. Costretto a lasciare l’ università di Tagore, Tucci resta comunque a Calcutta e poi a Dacca con vari incarichi universitari e pubblica alcuni saggi sul confucianesimo e il taoismo. L’ esibita fede fascista gli servirà poi per ottenere i finanziamenti indispensabili alle sue spedizioni. Per questo non esiterà a sottoscrivere il documento del regime sulla condanna della razza ebraica. Tuttavia la passione per le esplorazioni e la ricerca scientifica prevarrà ampiamente, consentendogli alla caduta del fascismo di far apparire quella ideologia più strumentale che autentica. L’ indiscutibile valore dei suoi studi, e il prestigio internazionale, contribuiranno a ristabilire molto presto la sua autorità anche sull’ Ismeo (Istituto per il Medio ed Estremo Oriente) da lui fondato nel ’34, con Giovanni Gentile. I suoi studi restano oggi un punto di riferimento per chiunque si occupi di Tibet e in particolare di arte tibetana. Come vengono riconosciute e celebrate alcune sue scoperte archeologiche, anche in Cina, in Iran, in Pakistan, nel Nepal. Tucci amava la vita nomade. Nella raccolta di suoi scritti appena pubblicata, con una introduzione di Stefano Malatesta (Il paese delle donne dai molti mariti, Neri Pozza, euro 17,50), racconta «l’ irrequietezza mai sazia» che gli faceva detestare fin da ragazzo le pareti domestiche e prediligere il vagabondaggio come forma di vita. Gli esempi di due concittadini, entrambi nati come lui a Macerata, l’ hanno subito spinto verso l’ Oriente. La grande avventura intellettuale di Matteo Ricci in Cina nel tardo Cinquecento, e quella di Cassiano Beligatti in Tibet nel Settecento, hanno acceso la sua fantasia d’ adolescente. Amava le carovane, la solitudine sulle alte valli del Tibet, del Sikkim, del Nepal, e le avventurose indagini per arrivare a un manoscritto o a un dipinto. Nel ’52, quando ha cinquantotto anni, dopo una marcia di quaranta giorni dalla frontiera tibetana, Giuseppe Tucci arriva in prossimità di Rumindei (oggi Lumbini, nel Nepal). è il 27 novembre ed è già il crepuscolo. Il sentiero polveroso sul quale avanza nella pianura monotona sembra senza fine. I soli rilievi in cui inciampa lo sguardo sono due leggere prominenze, due timide gobbe, che nella luce metallica del tramonto sembrano un trepidante miraggio destinato a sparire in quella sconfinata solitudine. «…Il silenzio sospeso nell’ aria vegliava, solo, sul luogo dove era nato Gauthama Siddhartha che doveva, dopo il suo risveglio spirituale, diventare il Budda». Cosi Tucci descrive quel momento, mentre sta per raggiungere la sottile striscia di terra su cui è nata una delle religioni più durevoli e viventi. E davanti alla colonna spezzata e solitaria che si alza in quel luogo desolato, Tucci rivede la scena di ventidue secoli prima, quando Asoka, il re guerriero, in preda al rimorso per le migliaia di uomini caduti nelle sue battaglie vittoriose, viene in pellegrinaggio a Rumindei per cercare la pace nelle parole di Siddhartha. Tucci è affascinato da quella celebre conversione del sovrano tormentato dal rimorso per la violenza delle guerre in cui ha trionfato. Anche lo studio del buddismo (tantrico, cioé iniziatico ed esoterico) che incontra in Tibet conduce Tucci a qualcosa di molto simile a una conversione. Ma non a una conversione totale. Le sue restano le incursioni di un occidentale. Egli si tuffa nell’ Oriente ma non vi si perde. Non si lascia inghiottire. Per lui le scuole di quel tardo buddismo, annidate nei grandi monasteri (in cui ama soffermarsi e discutere, conquistando i monaci con la sua conoscenza della loro lingua e della loro cultura), sottopongono a un’ acuta analisi il nostro io e servono a enucleare dall’ imperfetta creatura che siamo un essere perfetto al di là di ogni contingenza e dolore. Ma la teologia e la metafisica di quelle scuole, pur avendo una poderosa impalcatura logica, devono dimostrare anzitutto la falsità delle opinioni e delle teorie correnti, e condurre alla conclusione che il vero è oltre la formula logica, non oggetto di conoscenza, ma di esperienza. Tucci trova sul tetto del mondo un alleato contro il razionalismo dei suoi contemporanei occidentali.

FONTE:http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2005/09/04/giuseppe-tucci-una-vita-nomade-caccia-del.html

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