ESOTERISMO,TRADIZIONALISMO E FASCISMO: UN RAPPORTO COMPLESSO E SOTTACIUTO

Di Giovanni Sessa

Si deve a Gianfranco de Turris una prima e significativa ricognizione dei rapporti tra esoterismo e Fascismo. Il Segretario della Fondazione Evola ha curato, qualche anno fa, la pubblicazione di un prezioso volume, Esoterismo e Fascismo (Ed. Mediterranee, Roma 2006; per ordini: 06/3235433), nel quale sono raccolti 35 saggi di 25 autori. Il tutto è corredato da immagini e documenti inediti, a testimoniare il tratto filologicamente impeccabile del lavoro. Gli studiosi che hanno preso parte a quest’impresa si sono lasciati alle spalle il riduttivo, almeno in questo ambito, rapporto empatico con l’argomento trattato, e si sono avvalsi di ampia bibliografia e di una messe di documenti inediti e/o poco studiati. La conclusione esplicita cui il volume perviene è che non è esistito un “esoterismo fascista” né un “Fascismo esoterico”, ma vi furono rapporti complessi e strutturati, perduranti nel tempo, tra ambienti del Fascismo e singole personalità (tra gli altri A. Reghini, J. Evola, A. del Massa, M. Scaligero, G. De Giorgio) animate da interessi spirituali, che misero in atto, in quel contesto storico, pratiche esoterico-occultistiche. Certamente, la maggior parte dei rappresentanti di tali scuole tradizionaliste poco aveva a che spartire con la dogmatica cattolica. Per lo più essi guardavano al mondo classico, in particolare alla Tradizione romana, alla sua Aeternitas, quale archetipo da riattualizzare, sotto il profilo sostanziale e non semplicemente formale, attraverso una rettifica e/o esplicitazione delle potenzialità esistenziali e politiche ri-scoperte dal Fascismo. Le proposte più significative elaborate in tale contesto teorico, furono quelle centrate sulla riaffermazione di un imperialismo pagano, prodotte da Reghini ed Evola. Dal primo in chiave neopitagorica, dal secondo con maggiore attenzione nei confronti del momento solare e maschile della Tradizione romana. Su questi specifici aspetti del tradizionalismo italiano nel XX secolo va sicuramente segnalato il pregevole lavoro di Fabrizio Giorgio, Roma Renovata Resurgat. Il Tradizionalismo Romano tra Ottocento e Novecento (Settimo Sigillo, Roma 2011; per ordini: ordini@libreriaeuropa.it). Si tratta del primo studio storiografico organico dedicato all’argomento. Il movimento tradizionalista romano si costituì attorno alla convinzione che il bagaglio sapienziale pre-cristiano, la cosiddetta Scienza Sacra, non fosse andato definitivamente perduto con l’affermazione del cristianesimo, ma che si fosse conservato nel tempo, nel più assoluto segreto, nell’ambito di ristretti sodalizi iniziatici che, nei secoli, avrebbero fatto giungere intatto l’arcano sapere a studiosi del XIX e XX secolo. Tra i primi, dobbiamo ricordare Angelo Mazzoldi che nel 1840 pubblicò un’opera dal significativo titolo Delle origini Italiche. In essa sintetizzò e diede forma organica alle tesi di quanti, fin dal Settecento, ricollegandosi alla Prisca Sapienza Italica e al suo primato, avevano sostenuto l’esistenza, in illo tempore, di un’Italia-Atlantica scomparsa a causa degli sconvolgimenti prodotti dal cataclisma italo. La preminenza dell’Italia-Atlantidea sarebbe stata, naturalmente, sacrale e sapienziale. I sopravvissuti al cataclisma, evento geologico sismico-vulcanico, furono pertanto costretti ad abbandonare quanto rimaneva della loro terra d’origine e a emigrare alla volta di lidi più ospitali. Tali popolazioni “erratiche”, identificate con i Pelasgi, trasmisero il loro sapere e le cognizioni patrie, alle genti autoctone che incontrarono, quali gli Egizi e i Greci. Tornati, generazioni dopo, nella Terra dei Padri, essi instaurarono un nuovo e potente impero sul suolo italico, quello Etrusco. Tale quadro storico, peraltro,

riferito in modo esclusivo alla fondazione della Città Eterna e al “ritorno” della dea Cibele sul Palatino, di recente è stato oggetto di un importante studio di Alessandro Giuli, Venne la Magna Madre. I riti, il culto e l’azione di Cibele romana (Settimo Sigillo, Roma 2011), opera che, in termini espliciti, torna a riproporre le tesi del tradizionalismo romano. Le problematiche del Mazzoldi verranno riprese da altri studiosi. Dalla “Scuola Italica” di Giovanni Ettore Mengozzi, da Ciro Nispi Landi. Per certi riguardi, tornarono a mostrarsi nelle correnti esoteriche della Napoli ottocentesca, nel sodalizio denominato “L’Ordine Egizio”, successivamente nelle posizioni della “Fratellanza di Miriam” e negli scritti di N. R. Ottaviano. Per non parlare del circolo vergiliano romano o, in epoca fascista, dell’archeologia magica di Giacomo Boni. Il dato indubitabile è che queste posizioni emersero esplicitamente in momenti topici della nostra storia patria, durante il Risorgimento, a ridosso dell’intervento italiano nel primo conflitto mondiale e durante il Fascismo. Il legame con i primi due momenti della storia dell’Italia contemporanea è stato chiarito da Renato Del Ponte, il quale ha rilevato come l’unità politica del nostro paese fosse condizione imprescindibile e propedeutica per il possibile ritorno alla realtà geo-politica “romana”: “…per propiziare il rimanifestarsi nella Saturnia Tellus di quelle forze divine che ab originea quella realtà geografica sono legate” (R. Del Ponte, Il Movimento tradizionalista Romano nel Novecento, Sear 1987, p. 23). Per quanto attiene al fascismo, come si diceva più sopra, ambienti pitagorico massonici afferenti a Reghini e gruppi “magici”, che avevano per riferimento Evola, a partire dalle esperienze maturate sulle riviste Ur e Krur, tentarono una rettifica del regime in senso aristocratico e spirituale. Poiché, a nostro modo di vedere, le posizioni del filosofo dell’individuo assoluto sono, in tema, oltre che estremamente originali, di grande attualità, sarà il caso di occuparci brevemente di esse. Il momento più significativo dell’esercizio di tale paideia politico-spirituale di orientamento tradizionalista nei confronti del regime mussoliniano, il pensatore lo esercitò con la direzione della terza pagina del quotidiano di Farinacci Il Regime Fascista, intitolata “Diorama filosofico”. Evola chiamò a collaborare a questa sua iniziativa il meglio dell’intelligenza europea degli anni ’30 e’40, al fine di costruire un’alternativa sociale per il nostro continente, altrimenti esposto alla deriva capital-marxista. La cosa emerge con chiarezza da un recente lavoro scientifico che si deve ad Antonio Calabrese, dottore di ricerca dell’Università del Salento. Si tratta del volume, Fascismo e Tradizione tra cultura e potere. Il contributo di “Diorama filosofico” (1934-1943), nelle librerie per i tipi di Aracne (per ordini: info@aracneeditrice.it). Si tratta di una ricerca seria, priva del livore ideologico e preconcetto di tanta pubblicistica pseudoscientifica che, come in prefazione ricorda Carmelo Giovanni Donno, esplicita, in una prospettiva storiografica revisionista, come “la filologia sia il miglior antidoto contro l’ideologia” (p.12). Calabrese, infatti, mostra di aver analizzato e comparato con la letteratura critica prodotta in argomento, i diversi contributi comparsi su “Diorama”. L’autore esordisce sostenendo di aver volutamente trascurato gli articoli di Evola e di essersi, al contrario, dedicato all’approfondimento degli scritti di alcuni collaboratori stranieri o di tradizionalisti “minori”. Evola, infatti, estende all’Europa il dibattito sull’imperiologia e la romanità, chiedendo la partecipazione attiva ad insigni studiosi d’oltralpe Per questo, nella prima parte di Fascismo e Tradizione, vengono presi in esame i saggi di Guénon, Dodsworth e Rohan. I tre studiosi delineano, da prospettive diverse, i tratti più rilevanti di un possibile pensiero di Tradizione e la sua incidenza sulla realtà esistenziale degli uomini di quella congerie storica. Il tradizionalista di Blois destruttura le false certezze della modernità, dall’idea di progresso al valore feticistico attribuito alla scienza profana, richiamando l’attenzione sulla possibilità di ripristinare un’intellettualità di natura completamente diversa, non vincolata al dato puramente quantitativo. Ciò, in funzione di una necessità: il ritorno alla Tradizione quale unica via d’uscita dal disastro contemporaneo. Dodsworth, invece, individua nella Tradizione romana il modello universale di riferimento, in quanto in essa gli elementi solari e apollinei si sono costantemente mantenuti in equilibrio con quelli lunari e tellurici. Attribuisce al Fascismo il compito di farsi latore di una nuova imperiologia capace di saldare particolare e universale, nazione ed impero. Quest’opportunità, nei primi decenni del Novecento, avrebbe dovuto realizzarsi in prospettiva europea, per la contemporanea rivolta delle masse nei confronti del dominio borghese e mercantile. Tesi questa che, in parte, si evince anche dai contributi di Rohan, esponente del tradizionalismo austriaco e, dal 1925, direttore della rivista “Europäische Revue”, in rapporto con Gravelli e il suo periodico “Antieuropa”. La sua posizione è così riassumibile: operare affinché l’impulso rivoluzionario europeo possa conciliarsi nuovamente con “il senso dell’eterno”. A ciò può condurre esclusivamente una “nuova aristocrazia” che, in forza della propria “personalità” spirituale, si faccia latrice di una rettifica del giacobinismo dello “Stato formicaio”. La guerra sarebbe stato il campo di prova della realizzabilità di tale progetto. La seconda parte del volume è dedicata all’interpretazione tradizionalistica del Fascismo, condotta attraverso l’analisi degli scritti di molti collaboratori di Evola. Tra essi si distingue Rossi di Lauriano, che affronta nei suoi contributi il tema della nascita di una nuova élite. A tal riguardo, per distinguere la propria posizione dal coevo biologismo germanico, egli rileva come l’ubi consistam della nobiltà autentica fosse individuabile: “… nella superiorità rispetto alla vita diventata naturale, di razza” (p. 98). Il regime mussoliniano avrebbe dovuto procedere ad una valorizzazione della aristocrazia italiana, concedendole incarichi di rilievo, a condizione che questa avesse evidenziato qualità interne e legame d’appartenenza alla terra avita. L’unità europea sarebbe stato correlato inevitabile del risveglio dell’anima cavalleresca del continente. Inoltre, Rossi di Lauriano è attento nel far rilevare i rischi reificanti connessi alla tecnologia moderna. Descrive, altresì, le tendenze spirituali antiborghesi emergenti nella gioventù degli anni Trenta. Guido Cavallucci, invece, da un lato sostiene la necessità dell’Impero come alternativa all’internazionalismo capital-marxista, dall’altro legge il Risorgimento quale potenzialità tradizionale che il Fascismo aveva il compito di attualizzare. Allo scopo, egli attribuisce un ruolo centrale agli intellettuali, coscienza spirituale del popolo, al fine di indurre la rettifica in senso aristocratico del regime. Sulla stessa linea Massimo Scaligero: questi, in ben ottoarticoli, ripropone l’esegesi esoterica dell’aeternitas Romae e sviluppa una critica all’esangue arte contemporanea, priva di riferimenti alla vita interiore dell’artista. La terza parte del volume si occupa, infine, del razzismo esoterico tradizionalista. Infatti, dal 1938 la pagina culturale de Il Regime, assunse il nuovo titolo di “Diorama mensile. Problemi dello spirito e della razza nell’etica fascista”. In essa Evola presentò le linee di indirizzo del razzismo “spiritualista”, che contrappose tanto ai razzisti di ispirazione biologista come Landra, quanto al nazional-razzismo di Pende (va segnalato il tentativo di sintesi tra le diverse posizioni, esposto su “Diorama” da Aldo Modica). Evola ebbe a fianco in questa impresa, oltre a Rossi di Lauriano e Scaligero, Alberto Luchini e Domenico Rudatis. In sintesi, la posizione tradizionalista postulava nell’uomo la centralità di una volontà creatrice, egemonica, agente dall’alto: per cui, la razza risulta essere espressione di forze superiori, non riducibili al dato corporeo-materiale.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.aracneeditrice.it/recensioni/5266_Sessa.pdf

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