LO SPORT E IL CULTO DEL CORPO SOTTO IL FASCISMO

Di Marcello Veneziani
Lo sport dava al fascismo la possibilità di celebrare la volontà di potenza e incarnare il mito del superuomo, esaltare il vitalismo e il culto della giovinezza, concepire la vita come la continuazione della guerra con altri mezzi e mobilitare il popolo, le donne, i giovani nella partecipazione attiva a eventi e parate che creavano coesione sociale e rito collettivo. Con lo sport il fascismo riprendeva il culto classico, greco-romano, dell’agonismo e il mito dell’atleta, come un eroe in tempo di pace, caro agli dei e ai popoli; l’elogio del corpo muscoloso e armonioso, il mito dell’educazione fisica e la nascita degli Istituti, poi Isef, il valore pedagogico della ginnastica. Mens sana in corpore sano.
Ma il fascismo partecipava pure al mito d’epoca, lo sport di massa e il culto del record, la concezione anglosassone poi americana dello sport come grande catalizzatore di energie e di simboli, fattore di coesione sociale e di salute pubblica. Nello sport si celebravano i miti della modernità: il culto della velocità e il corpo liberato, lo spettacolo della forza e la forza dello spettacolo, il primato dell’azione e il pragmatismo, l’emancipazione femminile, il prolungamento della giovinezza e l’esuberanza delle energie vitali. In questo, il fascismo era figlio di quel tempo che aveva ripristinato le Olimpiadi e aveva reso lo sport un formidabile strumento di ricreazione e divertimento. Lo sport inseriva appieno il fascismo nella corrente della modernità, pur nel culto classico dell’atleta. C’è un sottinteso paganesimo nel regime che esalta il corpo, il vigore e la bellezza, la salute e l’ardimento e considera gli eroi dello sport come divi o semidei.
Il culto dello sport ha attraversato le culture civili e politiche del novecento, a cominciare da quelle più rivoluzionarie: difatti, il mito dello sport fioriva nelle società in cui si celebrava il mito dell’uomo nuovo e dell’ordine nuovo. Vale a dire l’americanismo e il nazionalismo, il comunismo e il fascismo; accomunate da quella passione futurista che contagiò Roma e Parigi, Mosca e New York e che fu il pendant artistico-letterario del mito sportivo e dinamico. Anche il consenso al comunismo di Stalin e dei paesi dell’est, di Mao e poi di Castro non è immaginabile senza la mobilitazione agonistica. Le società di ginnastica, i Wanderwogel e i club sportivi furono formidabili incubatrici del nazionalismo in Germania.
Sono noti i testi di George Mosse sul nesso tra l’esaltazione e la propagazione dello sport e l’esaltazione e la propagazione del nazismo. Nel culto dello sport si ritrovava l’album ideologico e letterario che aveva portato al fascismo: l’ardito dannunziano e malapartiano, lo spirito nietzschiano e lo stil novo marinettiano, il mito imperiale della romanità e dei circenses.
L’Italia fascista fu attraversata da miti sportivi popolari e valorizzati dal regime e dai suoi mezzi di informazione e propaganda: da Girardengo all’olimpionico Pavesi, mitici eroi a pedali, all’atleta Beccali che trionfò a Los Angeles, il mito di Carnera, le trasvolate atlantiche di Balbo, le imprese di de Pinedo e Locatelli, le gare in auto di Tazio Nuvolari, la Nazionale di Vittorio Pozzo, Piola e Meazza, le dinastie calcistiche dei Ferraris e dei Caligaris. Pozzo faceva cantare negli spogliatoi prima di ogni partita ai calciatori gli inni nazionali e i canti del fascismo. Era la loro cocaina. La Nazionale di Pozzo nell’arco di quattro anni vinse due campionati del mondo e un’olimpiade.
Lo sport si inserisce nell’estetizzazione della politica fascista: l’apologia dello sport, intrecciava vitalismo, culto della bellezza e culto del corpo tornito, muscoloso, senza adipe. Ma nell’esaltazione dello sport vi era anche il tratto etico, quasi platonico, del fascismo, la convinzione di poter educare tramite la disciplina e il gioco, la rinuncia e il sacrificio, la dura ascesi e l’esercizio faticoso. Non solo estetica ma etica. Lo sport diventava così il volto ludico dello Stato etico, in cui la funzione ricreativa e dopolavoristica si univa a quella etica e formativa. L’ideologia plasmava i corpi, la rivoluzione cominciava dalla vita all’aria aperta. Lo sport alimentava poi il senso della gerarchia, l’attenersi alle regole e seguire un ordine; insomma dare un limite, una forma e un’espressione armoniosa alla propria esigenza vitale.
Nell’esortazione allo sport vi era l’ideologia fascista del dovere, del coraggio e del sacrificio, ordine, gerarchia e disciplina. Ma vi era anche un sottinteso riscatto popolare e antiborghese. Lo sport era accessibile a coloro che erano già abituati ai sacrifici e alla vita dura, al lavoro manuale e allo sforzo fisico, dunque adatto ai ceti popolari. E più ostico ai borghesi panciafichisti, come allora si diceva. Lo sport esaltava chi sapeva sopportare il duro regime atletico e si sottoponeva a esercizi pesanti e a diete ingrate. Così lo sport diventava un formidabile fattore di promozione sociale del proletariato; tramite lo sport trovavano possibilità di emergere anche i figli del popolo.
Lo sport generava una meritocrazia fondata sulle sole risorse personali e sulla disciplina, una specie di socialismo aristocratico, naturale, ardito e ascetico. Abissale resta la differenza tra il culto del corpo tramite lo sport e il mito razzista del sangue.
La mitologia sportiva investe anche Mussolini che figura come un grande atleta e sportivo mentre i gerarchi saltano nel cerchio di fuoco (E per il primo scudetto della Roma si parla di un intervento del regime per celebrare la romanità).
Il culto del Capo era al centro di un olimpo politeista di divi dello sport e del cinema, dell’arte, della guerra e della rivoluzione. Il fascismo voleva dare di sé la rappresentazione di un regime di giganti. Il culto fascista della personalità ammiccava al divismo di marca americana: un tratto di modernità neopagana.
Il fascismo fu un regime sportivo. Cercando la romanità virile e la grecità olimpionica, trovò l’America sportiva e cinematografica. Come piaceva l’Italia fascio-sportiva all’America olimpionica del ’32…
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